Copyright, vogliono cancellare l’upgrade

Pubblicato da Punto Informatico il 27 maggio 2009

Roma – La questione di fondo non è se essere o non essere più, come vorrebbero far credere al mondo i legulei delle major, ma se innovare o meno, se inseguire la rete, ossia la nuova comunicazione tra gli esseri umani, o se rallentarla assestando dei calci ben mirati ai suoi organi motori. Stiamo cioè parlando di guerra, di violenza, motivata come tutte le guerre da interessi economici ben sotterrati sotto proclami di principio. Una violenza che è arrivata al culmine e che richiede l’immediato intervento della politica se non proprio della polizia.

Quando le major e i propri compagnucci in Parlamento affermano che Internet debba sottostare a delle regole, loro parlano delle loro regole e, più nello specifico, di quelle che precedevano l’avvento della rete. In altre parole, intendono imporre normative concepite quando il mercato non conosceva la comunicazione continua e multilaterale innescata da Internet, quando il consumatore era isolato, prima che il cittadino ottenesse il nuovo upgrade: lo status di utente della grande rete. Un atteggiamento, il loro, che trova fertile terreno in un ambiente politico e giudiziario che fatica a cogliere le caratteristiche, belle o brutte che siano, della nuova socialità.

Il resto è tutto ovvio: innestare in un nuovo ambiente dalla natura imprevedibile regole precedenti, pensate per un mercato della proprietà intellettuale controllato grazie alle scarse risorse della comunicazione interpersonale, non solo non ha alcun senso, ma non può che deviare, distorcere, turbare il nuovo habitat. Il che, in altre parole, significa che tentare di imporre alla rete, ossia alla comunicazione tra le persone, una qualsiasi forma di ostacolo significa molto semplicemente invadere gli spazi delle relazioni tra le persone, infilarsi tra gli amici, imbucarsi nelle community per devastarne la natura e l’afflato innovatore al solo fine di cancellare quell’upgrade, riportare l’utente allo stato di consumatore.

Sebbene concepisca la libertà individuale quale bene supremo e strumento principe della ricerca della felicità, e sia molto tollerante anche con i più invasivi dei miei conoscenti, non credo che tollererei a lungo qualcuno che voglia sapere cosa c’è nel pacchetto che sto dando al mio compagno, controllare quali file stia facendo sentire ai miei amici o con quali avatar si balocchino i maniaci del gioco di ruolo. Se le major hanno dimostrato di non aver pudore nel ficcanasare nelle reti di scambio, e di essere pronte a cancellare libertà storiche della persona, a colpevolizzare i provider e a condannare la libertà di comunicazione in nome del proprio business, oggi ormai tutto questo è roba vecchia. Con le decisioni francesi, le facilonerie italiote tra commissioni ad hoc e media drogati, siamo ormai alla fase due: i ficcanasi hanno acquisito nuovi poteri, sono ormai tra di noi e hanno nuove possibilità per denunciare, fermare e arrestare le correnti di pensiero e di cultura che si sviluppano nell’ambiente digitale, mettono cioè a rischio le nuove connessioni tra le persone.

È questo il livello dello scontro, non conosce confini la battaglia contro l’heavy user quale progenitore del cittadino che un domani potrebbe affermarsi, finalmente consapevole, una violenza che entra nella vita privata, nei log di accesso, negli hard disk. Anziché ricercare modelli di business che sfruttino questa comunicazione, si arrogano l’autorità di darle una forma, si impegnano a delimitarla, vietano gli assembramenti e gli abbracci di piazza, vorrebbero impedire a gruppi di persone di manifestare il proprio pensiero parlandosi, magari scambiandosi ciò che piace loro, come piace loro, quando piace loro.

Dal mio punto di vista siamo dinanzi all’ennesima crisi dello stato di diritto innescata non dalla rete, come vorrebbero far credere gli azzeccagarbugli di cui sopra, ma dalla lucida follia di industrie quotate, corporation che stanno utilizzando gli strumenti difettati delle civiltà democratiche per sovvertire i principi stessi, i cardini di quelle democrazie, le ragioni per cui sono nate, e le lotte che ne hanno consentito la nascita.

Ci sono paesi in cui questi atteggiamenti sobillatori sarebbero puniti con mano di ferro. Qui in Italia non mi aspetto che intervengano i Carabinieri né che in Europa si mobilitino altre polizie. Però mi piace sperare che il cittadino della rete, l’utente, quello che forse rappresenterà un giorno il nuovo cittadino, quello che al suo upgrade ci tiene, arriverà al punto di trarre le conseguenze di quanto sta avvenendo e di integrare tutto questo nei propri comportamenti, nelle proprie comunicazioni, nei propri acquisti e nei propri voti. Che costui, che ha imparato a informarsi, e che può quindi finalmente iniziare a scegliere, decida di farlo e di trasformare il proprio comportamento in un approccio politico alle cose che lo riguardano, in primis al rispetto del suo habitat. Sarebbe un bel salto in avanti e anche il miglior indicatore di un futuro possibile.

Paolo De Andreis


4 Risposte to “Copyright, vogliono cancellare l’upgrade”

  1. considerazioni interessanti, però ti faccio l’esempio di un caso personale, il mio :)

    Faccio il fotografo (uno tra milioni) e mi urta parecchio quando qualcuno piglia le foto dal mio sito senza chiedere alcunché e le ripubblica come se fossero sue (es. i giornali di carta).

    Insomma qualcuno sfrutta il mio lavoro per i propri scopi, gratis, senza cacciare una lira e magari perfino guadagnadoci, ovviamente senza citare mai la fonte.

    Allora confronto il mio miserabile caso personale con quello delle major: perché il principio dovrebbe essere diverso? Forse perché nel caso di chi scarica musica non c’è scopo di lucro?

    Non sono ancora riuscito a darmi una risposta :) Tu ne hai una?

  2. Si beh capisco che ti urti :)

    Però un conto è che a prenderti la foto sia una azienda o una entità commerciale o qualcuno dello show business dell’informazione, un conto è che a utilizzarla per un suo album casareccio sia un utente qualunque.
    Detto questo, però, nel primo caso puoi far qualcosa (pochissimo) per veder rispettati i tuoi diritti. Nel secondo non puoi far nulla senza causare danni alla rete.

    Ci sono diverse cose che ho scritto negli anni, alcune persino su una BBS romana nei primi anni ‘90, che girano da secoli in rete senza attribuzione alcuna. Un tempo mi arrabbiavo, poi piano piano sono arrivato a comprendere quali rischi avrebbe per la rete se tutti noi tentassimo di rivendicare sempre e comunque tutele sui contenuti che immettiamo in rete.

    Io non so quale sia il domani che ci aspetta, immagino valori e persone assai diverse, a iniziare da te e da me che ne stiamo parlando, ma credo che la lotta per la tutela del diritto d’autore abbia travalicato ogni buon senso e stia mettendo a rischio la prima e più importante delle libertà civili, quella di espressione.
    Quando la vedi in questa prospettiva probabilmente ti dispiace di meno. Che ne dici? E’ una risposta accettabile? Riconosco nel mio sforzo di accettarla, proprio nel processo necessario a farlo, anche il germe di un possibile cambiamento personale, e sotto sotto riconosco che questo cambiamento è una evoluzione.

  3. dai tempi delle BBS ho buttato in rete tonnellate di “roba” gratis et amore dei (spero non sempre spazzatura :). Non ho mai rivendicato nulla, salvo la citazione quando era il caso. Ma quando ti fregano roba che riguarda il tuo lavoro? Se io facessi un blog con gli articoli di PI, firmandoli come miei? Insomma un discrimine bisognerà trovarlo, anche se non mi è ancora chiaro quale, forse è proprio lo scopo di lucro :)

    Per il resto d’accordo, sul diritto d’autore si sta esagerando, la legge approvata in francia è a dir poco allucinante… ma anche qui comunque non si scherza…

  4. Beh il mio lavoro se lo sono fregato in tanti ;) ma da anni ho smesso di prendermela. Però anche lì: un conto è che, per dire, mi copi un articolo per il tuo blog e lo spacci per tuo, un conto è che apri il blog che dici te. Mica farei nulla, ma si affonderebbe da sé un blog basato sul plagio plateale, che senso mai potrebbe avere?
    Diciamo che secondo me la natura della rete, nella sua parte non fisica, è fatta di tre cose: comunicazione interpersonale, duplicazione, pervasività. E sono tre ingredienti che cozzano con il diritto d’autore e molte altre normative.
    Comunque vero, anche qui non si scherza e, anzi, come disse una volta Prodi (:D:D) “volano polpette avvelenate sottoterra”, dietro le quinte vedo un movimentismo sospetto da morire…

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